Se nel 2003 fossi stata in grado di prendere liberamente un volo per Londra, mi sarei catapultata alla Tate Gallery e sarei corsa nella sala d’ingresso, la Turbine Hall.

Una delle più grandi installazioni site-specific mai realizzate in una galleria d’arte, era lì accolta in quello spazio.

The Weather Project, realizzata nel 2003 dall’artista danese Olafur Eliasson, è un’opera che parla un linguaggio universale ed esperienziale così immediato da creare fin da subito un forte legame con il visitatore.

Nella Turbine Hall della Tate, l’artista aveva disposto uno schermo semicircolare, un soffitto a specchio e una nebbia artificiale per creare la suggestione di un enorme e avvolgente tramonto.  L’atmosfera era più che mai evocativa e del tutto nuova: il soffitto era scomparso, sostituito da un riflesso dello spazio sottostante e in fondo alla sala il gigantesco sole, composto da centinaia di lampadine monofrequenza, illuminava l’intero ambiente, mentre una leggera nebbia lo avvolgeva di silenziosa malinconia.

Avrei voluto esserci per provare l’emozione di interagire con una situazione meteorologica non reale e sdraiarmi sul pavimento per sentire sulla pelle il calore di un sole che così di rado splende nelle giornate londinesi.

Si potrebbe chiedere: qual è il senso di tutto ciò? E perché l’illusione?

Eliasson, chiamato a ragionare sul tema del tempo, ha dato con questo lavoro una sua risposta.

Farsi domande su di un’opera è sicuramente un ottimo modo per entrarci in relazione e conoscerla di più, ma non basta. L’arte non è un quesito matematico da risolvere, né un testo da comprendere: l’arte è qualcosa di esperienziale, viscerale, intimo ed emotivo, che spesso non si può capire perché solo c’è da gustare…

Come quando ti siedi in compagnia di un amico a bere un buon vino, ne bevi un sorso e dici: -Buono no?!-

Per poi scoprire che in realtà, dietro una semplice emozione, c’è molto di più.

Olafur Eliasson, The Weather Project, Tate Gallery, London, 2003.